
— Di sicuro non era un luogo dove vivere nel pieno dell’estate.
— Hai ragione. Però non si può fare a meno di provare… un momentaneo… — L’uomo si interruppe, poi riprese con aria rasserenata: — Dovevamo al vecchio Fredor e a Crimson Leech, l’usuraio, otto pezzi d’argento.
L’altro annuì.
Rimasero zitti per un po’ mentre una nuova serie di esplosioni tracciava linee rosse in un settore fino a quel momento buio della più grande città del mondo. L’omone si scosse.
— Donnola?
— Sì?
— Mi domando chi l’ha appiccato.
Il piccolo spadaccino, conosciuto come Donnola, non disse nulla. Guardava la strada nel riverbero rosso delle fiamme. Quasi nessuno era venuto da quella parte, dato che la Porta Deosil era stata tra le prime a crollare in una pioggia di tizzoni ardenti. In quel momento però due persone si stavano avvicinando. Grazie alla sua vista particolarmente acuta nell’oscurità o nella penombra. Donnola distinse la figura di due uomini a cavallo, seguiti da quello che pareva un animale più piccolo. Indubbiamente si trattava di un ricco mercante che fuggiva con i tesori freneticamente salvati, disse Donnola al compagno, che sospirò.
— Il ruolo di briganti mal ci si addice — dichiarò il barbaro — ma, come hai detto, sono tempi duri e non abbiamo soffici letti per questa notte.
Mise mano alla spada e quando il primo cavaliere fu vicino, si fece avanti, con un braccio alzato e un sorriso stampato sul viso, inteso a rassicurare e minacciare al tempo stesso.
— Chiedo perdono, signore… — cominciò.
Il cavaliere frenò il cavallo e si tirò indietro il cappuccio. Aveva il viso chiazzato da bruciature superficiali e punteggiato da ciuffi di barba anneriti. Anche le sopracciglia non c’erano più.
— Levati di mezzo — esclamò. — Tu sei Bravd della Terra del Centro, non è vero?
Forse a questo punto la forma e la cosmologia del sistema del disco meritano una spiegazione.
