
E così, aveva perso ancora. Ma non vinceva mai nessuno. Forse (anche se non poteva esserne certo) si giocava alle slot machines per un senso di dovere patriottico, una sorta di obbligo civico ingigantito e piuttosto nebuloso. Le macchine, infatti, fornivano i fondi per il funzionamento del sistema assistenziale nazionale, e attenuavano un po’ il taglieggiamento feroce del fisco. Ci pensò per qualche istante e si chiese, per l’ennesima volta, se l’approvava o no. Gli sembrava che fosse un’idea lievemente inquinata dal punto di vista morale; ma, inquinata o no, serviva allo scopo. Lui poteva permettersi, si disse, di perdere ogni tanto un quarto di dollaro per l’assistenza ai poveri e per una riduzione dell’imposta sul reddito.
La macchina si spense e lo lasciò solo nel corridoio deserto. Svoltò e si avviò verso il suo ufficio. Pochi minuti ancora e poi, dopo essersi sbarazzato della borsa e dopo aver chiuso la porta alle sue spalle, sarebbe andato incontro al suo fine settimana di libertà.
Quando girò l’angolo vide che qualcuno lo stava aspettando accanto alla porta dell’ufficio: era appoggiato al muro con quell’atteggiamento esasperante di abbandono ozioso che assumevano invariabilmente gli studenti in attesa.
Lansing passò davanti al giovane, e cercò la chiave.
— Sta aspettando me? — chiese.
— Thomas Jackson, signore — disse lo studente. — Mi ha lasciato un biglietto nella cassetta.
— Sì, Mr. Jackson, mi sembra di ricordare — disse Lansing. Adesso lo rammentava. Tenne la porta aperta e lo studente entrò.
Lansing lo seguì e accese la lampada.
— Si sieda lì — disse, indicando la sedia che stava di fronte alla scrivania.
