«Che cosa sono queste candele di vetro?» chiese Roone.

Armen l’Accolito si schiarì la voce. «La notte prima di pronunciare il giuramento, l’accolito deve stare di veglia nella cripta. Non gli è concessa una lanterna, né torcia, né lampada o lume… Solo una candela di ossidiana. Dovrà trascorrere la notte nelle tenebre, a meno che non riesca ad accendere quella candela. Alcuni ci provano, gli sciocchi e gli ostinati che hanno studiato questi cosiddetti alti misteri. Spesso si tagliano le dita, perché si dice che i bordi della candela di ossidiana siano affilati come rasoi. Poi, con le mani insanguinate, sono costretti ad aspettare fino all’alba, rimuginando sul loro fallimento. Gli uomini più saggi si mettono a dormire e basta, o passano la notte in preghiera, ma ogni anno c’è sempre qualcuno che ci deve provare.»

«Sì.» Anche Pate aveva sentito raccontare quella storia. «Ma a che cosa serve una candela che non fa luce?»

«È un insegnamento» rispose Armen «l’ultima lezione che dobbiamo apprendere prima di indossare la catena di maestri. La candela di vetro significa verità e conoscenza, cose rare, belle e fragili. Ha la forma di una candela per ricordarci che un maestro deve diffondere luce ovunque sia, e i bordi della candela sono affilati per ricordarci che la conoscenza può essere pericolosa. Gli uomini saggi possono tramutare la loro saggezza in arroganza, ma un maestro deve sempre rimanere umile. La candela di vetro ci ricorda tutto questo. Perfino dopo aver pronunciato il giuramento e avere indossato la catena ed essere andato a servire, il maestro ricorderà la tenebra della sua notte di veglia, e ricorderà come nulla di quanto aveva tentato fosse stato in grado di far bruciare quella candela… perché anche se si possiede la conoscenza, certe cose sono comunque impossibili.»

Leo il Pigro scoppiò a ridere. «Impossibili per te, vorrai dire. Io ho visto con i miei occhi la candela bruciare.»



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