
Quando Marwyn aveva fatto ritorno a Vecchia Città, dopo aver trascorso otto anni all’Est tracciando mappe di terre lontane, cercando libri perduti, studiando con gli stregoni e i vati delle ombre, Aceto Vaellyn lo aveva soprannominato "il Mago". "Lascia gli incantesimi e le preghiere ai preti e ai septon e piega la tua arguzia imparando saggezza da un uomo di cui ti puoi fidare" aveva consigliato una volta a Pate l’arcimaestro Ryam, ma l’anello, la verga e la maschera di Ryam erano giallo oro, e la sua catena di maestro non aveva anelli in acciaio di Valyria.
Armen scrutò Leo il Pigro dall’alto in basso. Il suo naso lungo e sottile era perfetto per quel tipo di atteggiamento. «L’arcimaestro Marwyn crede in molte cose insolite» disse «ma non ha più prove dell’esistenza dei draghi di quante ne possieda Mollander. Sono soltanto altre storie di marinai.»
«li sbagli» ribatté Leo. «C’è una candela di vetro che brucia nelle stanze del Mago.»
Sulla terrazza illuminata dalle torce calò un improvviso silenzio. Armen sospirò, scuotendo la testa. Mollander cominciò a ridere. La Sfinge scrutò Leo con i suoi grandi occhi neri. Roone aveva lo sguardo sperduto.
Pate sapeva delle candele di vetro, anche se non ne aveva mai vista una bruciare. Erano il segreto peggio custodito della Cittadella. Si diceva che fossero state portate a Vecchia Città da Valyria mille anni prima del Disastro. Pate aveva sentito dire che ne esistevano quattro: una verde e le altre tre nere, e tutte erano alte e ritorte.
