
Con un ginocchio a terra, Pate stava cercando di togliersi il fango dalle tonache. Da dietro venne una voce.
«Buongiorno, Pate.»
L’alchimista incombeva su di lui.
Pate si rialzò. «Il terzo giorno… avevi detto che saresti venuto al Piumino Boccale.»
«Eri con i tuoi amici. Non volevo intromettermi nel vostro cameratismo.» L’alchimista indossava un mantello da pellegrino con il cappuccio, marrone e anonimo. Il sole nascente dardeggiava sui tetti dietro di lui, per cui era difficile distinguere i lineamenti sotto il cappuccio. «Hai deciso chi sei, Pate?»
"Deve proprio farmelo dire?" «Un ladro, credo.»
«Lo immaginavo.»
La cosa più difficile era stata mettersi carponi e tirare fuori la cassa da sotto il letto dell’arcimaestro Walgrave. Era di legno massiccio e rinforzata da bande di ferro, ma il lucchetto era rotto. Maestro Gormon sospettava che fosse stato Pate a romperlo, ma non era vero. Lo aveva spezzato Walgrave quando si era accorto di aver perso la chiave.
Nella cassa, Pate aveva trovato una sacca di cervi d’argento, una ciocca di capelli biondi legata da un nastro, la miniatura di una donna che sembrava Walgrave (baffi inclusi) e un guanto ferrato da cavaliere in acciaio lamellare. Il guanto ferrato era appartenuto a un principe, a detta di Walgrave, anche se non riusciva più a rammentare quale. Pate lo aveva scosso e la chiave era caduta sul pavimento.
"Se la raccolgo, sono un ladro" ricordò di avere pensato. La chiave era vecchia e pesante, di ferro scuro. Si diceva potesse aprire tutte le porte della Cittadella. Gli arcimaestri erano gli unici a possedere quel genere di chiavi. Gli altri le tenevano con sé o le riponevano in un luogo sicuro, ma se Walgrave avesse nascosto la sua, nessuno l’avrebbe più vista. Pate aveva preso la chiave e, a metà strada dalla porta, era tornato indietro a prendere anche l’argento. Un ladro resta comunque un ladro, che rubi poco o molto. "Pate" aveva chiamato uno dei corvi bianchi. "Pate, Pate, Pate."
