— Flip — dissi. — No. Flip ha consegnato il pacco nel mio ufficio, per errore.

— Neanche a dirlo. — Uscì da sotto l’impianto di riscaldamento e si alzò. — Mi spiace davvero — disse, spolverandosi. — Di solito non sono così scortese con persone che cercano di consegnare qualcosa. Solo che quella Flip…

— Lo so, lo so — dissi, con un cenno di grande comprensione.

Si ravviò i capelli biondo-rossicci. — L’ultima volta che ha fatto una consegna ha posato il pacco sopra un monitor, che è caduto e ha rotto una videocamera.

— Tipico di Flip — dissi, ma in realtà non ascoltavo. Guardavo lui.

Se, come me, passate un mucchio di tempo ad analizzare le mode e le manie, poi le individuate a prima vista: hippie ecologico, patito del jogging, dottore in scienze commerciali di Wall Street, terrorista urbano. Il dottor O’Reilly non apparteneva a nessuna di queste categorie. Aveva all’incirca la mia età e la mia statura. Portava un camice da laboratorio e calzoni di velluto a coste che erano stati lavati così spesso che le coste erano completamente consumate sulle ginocchia. Si erano anche ristretti e la linea chiara sopra le caviglie rivelava che erano stati allungati.

L’insieme, in particolare le lenti a fondo di bottiglia, avrebbe dovuto produrre un effetto tipo scienziato pazzo, e invece no. Intanto, O’Reilly aveva le lentiggini. E poi calzava scarpe di tela originariamente bianche, sfondate in punta e mezzo scucite. Gli scienziati pazzi portano scarpe nere e calzini bianchi. O’Reilly non aveva neppure un salva-taschino, che invece gli sarebbe servito. Sul taschino del camice da laboratorio c’erano due macchie d’inchiostro di biro e una chiazza di Magic Marker; e una delle tasche applicate era scucita in fondo. E in lui c’era qualcos’altro, una cosa che non riuscivo a individuare e che mi rendeva impossibile classificarlo.



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