
Orson Scott Card
Il gioco di Ender
CAPITOLO PRIMO
TERZO
— Io ho guardato con i suoi occhi, ho ascoltato con i suoi orecchi, e le dico che è l’unico. O almeno, il migliore che possiamo avere.
— Questo lo aveva detto anche del fratello.
— I test hanno rivelato che il fratello è inadatto. Per altre ragioni. Niente a che vedere con le sue capacità.
— Lo stesso per sua sorella. E su di lui ci sono dei dubbi. È troppo malleabile. Si adegua troppo volentieri alla volontà degli altri.
— Non se questi altri sono suoi nemici.
— E allora cosa dovremmo fare? Circondarlo di nemici giorno e notte?
— Se sarà necessario.
— Credevo d’averle sentito dire che questo bambino le piace.
— A confronto di ciò che gli potrebbero fare gli Scorpioni, io gli sembrerei uno zietto affettuoso.
— E va bene. Dobbiamo salvare il mondo, dopotutto. Lo prenda.
La donna del monitor sorrise con molta simpatia, gli scarruffò i capelli e disse: — Credo proprio che tu non ne possa più di avere quell’orribile monitor, Andrew. Be’, ho buone notizie per te. Oggi è l’ultimo giorno che lo porti. Adesso te lo leveremo, e non sentirai male neppure un poco.
Ender annuì. Che non gli avrebbero fatto male, naturalmente, era una bugia. Ma visto che gli adulti dicevano sempre così quando faceva male, lui poteva basarsi su quella frase per un’accurata previsione di quel che lo aspettava. A volte le bugie risultavano più affidabili della stessa verità.
— Bene, Andrew, se vuoi venire qui, intanto puoi sederti sul lettino per le visite. Il dottore verrà a occuparsi di te fra un minuto.
Il monitor tolto. Ender cercò d’immaginare la sua nuca priva del minuscolo apparecchio. A letto potrò girarmi sulla schiena senza sentirmi pigiare qui. Non lo sentirò più formicolare freddo quando faccio il bagno.
