Rientrò nella classe di miss Pumphrey appena quindici minuti prima che suonasse l’ultima campanella. Era ancora un po’ instabile sulle gambe.

— Ti senti bene, Andrew? — domandò miss Pumphrey.

Lui annuì.

— Hai avuto la febbre?

Lui scosse il capo.

— Mi sembri pallido.

— Sto benissimo.

— Meglio che ti sieda, Andrew.

Lui si diresse al suo posto, ma si fermò. E adesso cosa sto cercando? Non riesco a ricordare cosa sto cercando.

— Il tuo banco è dall’altra parte — disse miss Pumphrey.

Lui sedette, ma la cosa di cui sentiva il bisogno era un’altra, qualcosa che gli sembrava d’aver perso. La cercherò più tardi.

— Il tuo monitor — sussurrò la bambina dietro di lui

Ender scosse le spalle.

— Il suo monitor! — la sentì sussurrare agli altri.

Ender alzò una mano a tastarsi la nuca. Le sue dita incontrarono un cerotto. Gliel’avevano tolto. Adesso era come tutti gli altri.

— Ti senti giù, eh, Andy? — chiese un bambino della fila accanto, un posto più indietro. Non riesco a ricordare come si chiama. Peter. No, quello è qualcun altro.

— Silenzio laggiù, signor Stilson — disse miss Pumphrey. Stilson ridacchiò sottovoce.

Miss Pumphrey stava parlando delle moltiplicazioni. Ender cominciò a scribacchiare sullo schermo del banco, disegnò i contorni orografici di alcune isole montuose e poi ordinò al banco di svilupparglieli in tre dimensioni da ogni angolo visivo. La maestra, naturalmente, si sarebbe accorta che non stava attento, ma questo non lo preoccupava. Sapeva sempre quali risposte dare, anche quando lei era convinta che fosse distratto.

Nell’angolo in basso del banco una parola apparve e cominciò a scivolare lungo il bordo dello schermo. All’inizio era capovolta, ma Ender ne conosceva il significato già molto prima che ruotando sul lato superiore del banco si raddrizzasse.



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