
Il dottore stava girando un oggetto dietro la testa di Ender. A un tratto un ago rovente di dolore lo attraversò dalla nuca all’inguine. I muscoli della schiena gli si contrassero di colpo e s’inarcò all’indietro, con violenza, sbattendo la testa sul lettuccio. Si accorse che le sue gambe scalciavano a vuoto, e aveva le mani strette l’una all’altra così forte da fargli male.
— Deedee! — gridò il dottore. — Ho bisogno di te! — L’infermiera sopraggiunse di corsa, ansando. — Cerca di fargli rilassare questi muscoli. Qui, tira verso di me, adesso. Che stai aspettando?
Altre mani s’impadronirono di lui, ma Ender non poteva vedere niente. Si torse di lato e cadde giù dal lettino delle visite. — Lo blocchi! — strillò l’infermiera.
— Basta che tu lo tenga saldamente e…
— Lo tenga lei, dottore, è troppo forte per me…
— Non tutta la fiala! Vuoi rischiare di fermargli il cuore?
Ender sentì la puntura di un ago giusto sopra il colletto della camicia, dietro la nuca. Bruciava, ma dovunque quel bruciore si espandeva i suoi muscoli si rilassavano gradualmente. Adesso riusciva ad aprire la bocca per gemere, spaventato e dolorante.
— Va meglio, Andrew? — lo interrogò l’infermiera.
Ender non ricordava neppure come si facesse a parlare. I due lo rimisero sul lettino. Gli controllarono le pulsazioni e fecero altre cose, che lui non fu assolutamente in grado di capire. Il dottore stava tremando; quando parlò la sua voce era rauca. — Lasciano questa roba addosso ai ragazzini per tre anni, e poi cosa si aspettano? Avremmo potuto rovinarlo, ti rendi conto? Avremmo potuto alterare il suo cervello irreversibilmente.
— Quanto dura l’effetto del tranquillante? — chiese l’infermiera.
— Tienilo qui per almeno un’ora. Sorveglialo. Se fra quindici minuti non riesce ancora a parlare, chiamami. Potremmo averlo rovinato per sempre. Certa gente si comporta peggio degli Scorpioni, maledizione!
