
Ad attenderlo fu Stilson, naturalmente. Non era più robusto di altri ragazzini, ma superava Ender di tutta la testa. E con lui c’erano i suoi amici, cinque o sei. Come sempre.
— Ehi tu, Terzo.
Non rispondere. Non hai niente da dirgli.
— Ehi, Terzo! Stiamo parlando con te, Terzo. Ehi, amico degli Scorpioni, è con te che parliamo.
Non riesco neanche a pensare a qualcosa da dire. E dire qualsiasi cosa sarebbe peggio. Così starò zitto.
— Ehi, Terzo, Terzetto, stronzetto… fai finta d’essere sordo, eh? Pensavi di essere meglio di noi, eh? Ma adesso l’hai perduto l’occhio spione, Terzino stronzone, e sulla testa ti ci han messo un tampone!
— Volete lasciarmi passare, o no? — chiese Ender.
— Vogliamo lasciarlo passare, o no? Dobbiamo lasciarlo passare? — tutti risero. — Sicuro che ti lasciamo passare. Prima lasciamo passare i tuoi denti, però. E poi la testa. E poi lasciamo passare anche il tuo culo, a calci.
I ragazzini cominciarono a girare in cerchio, stringendosi attorno a lui. — L’occhio-spia te l’hanno rotto, Terzotto! L’occhio-spia ha fatto fagotto, Terzotto!
Stilson gli appoggiò una mano in mezzo al petto e lo spinse; qualcuno, dietro di lui, lo proiettò di nuovo verso Stilson.
— Vuoi giocare all’altalena, Terzo? — gridò un altro.
— Vuoi giocare alla palla da tennis, Terzo?
Uno spintone lo gettò indietro. — Sei una palla da ping pong, Terzo?
Ender capì che la cosa sarebbe finita male. Ma finisse come finisse, decise, lui non sarebbe stato il solo a piangere. E appena Stilson fece per spingerlo ancora, lui lo afferrò per il petto. L’altro si liberò con uno strattone.
