
Ma poi, durante l'inverno, aveva sentito gli ululati tra gli acquitrini, in piena notte, nel vento gelido. Tikuli e Gubu avevano drizzato un orecchio, senza farsi spaventare da quel suono orripilante. Così, dopo un minuto, aveva riconosciuto una voce umana, un uomo che gridava a squarciagola – ubriaco? folle? – che ululava implorante, e si era dovuta alzare per andare da lui, nonostante il terrore che provava, ma lui non stava implorando aiuto da mano umana. «Signore, mio Signore, Kamye!» gridava, e guardando fuori dalla porta l'aveva visto sulla passerella, un'ombra contro le pallide nubi notturne, che camminava strappandosi i capelli e gridando come una bestia, come un'anima in pena.
Dopo quella notte aveva smesso di giudicarlo. Loro due erano uguali. La volta seguente che l'aveva incontrato, l'aveva guardato in faccia rivolgendogli la parola, e costringendolo a parlarle.
Non capitava spesso. Lui viveva assolutamente appartato. Nessuno attraversava le paludi per vederlo. Spesso la gente del villaggio arricchiva la propria anima dando a Yoss del cibo, le eccedenze del raccolto, gli avanzi, certe volte, nelle feste comandate, una pietanza cucinata apposta per lei, ma non vedeva mai nessuno portare qualcosa alla casa di Abberkam. Forse gli avevano già fatto offerte che lui era stato troppo orgoglioso per accettare. Forse avevano paura di offrire.
Portò allo scoperto le radici con la povera vanga dal manico corto che le aveva regalato Em Dewi, e ripensò ad Abberkam che ululava, e a come tossiva. Safnan era quasi morta di berlot, quando aveva quattro anni. Yoss aveva sentito quella tosse tremenda per settimane. Che Abberkam fosse andato al villaggio in cerca di medicine, l'altro giorno? C'era arrivato, o era tornato indietro?
