Si mise addosso lo scialle, perché il vento s'era di nuovo raffreddato, stava arrivando l'autunno. Poi andò alla passerella e prese a destra.

La casa di Abberkam era tutta di legno, posata su una zattera di tronchi affondata nell'acqua torbacea della palude. Erano case molto vecchie, risalivano a duecento anni prima e anche più, quando nella vallata crescevano gli alberi. Era stata una casa colonica, molto più grande della sua capanna, un posto scuro e vasto col tetto bisognoso di riparazioni, qualche finestra sbarrata, le assi del porticato allentate mentre le calpestava. Disse il suo nome, lo ripeté più forte. Il vento fischiava tra le canne. Bussò, attese, spinse la porta pesante. Dentro era buio. Si trovava in una specie di vestibolo. Lo sentì che parlava nella stanza accanto. «Mai giù nell'accesso, nell'intento, toglilo, toglilo,» stava dicendo la profonda voce rauca, poi tossì. Lei aprì la porta. Per un minuto fu costretta ad aspettare che gli occhi si adattassero all'oscurità prima di riuscire a vedere dove si trovava. Era la vecchia stanza sul davanti della casa. Le finestre erano chiuse e sbarrate, il fuoco spento. Vide una credenza, un tavolo, un divano, ma accanto al camino c'era un letto. Le coperte sfatte erano scivolate per terra, e Abberkam era nudo sul letto, si agitava, vaneggiava per la febbre. «Oh, Signore!» esclamò Yoss. Quell'enorme ammasso nero e lustro di sudore, quei seni e quel ventre con le spirali di peli grigi, quelle braccia possenti e le mani che brancicavano, come faceva ad andargli vicino?

Ci riuscì in qualche modo, diventando meno timida e cauta appena lo scoprì indebolito dalla febbre e poi, quando tornò lucido, obbediente alle sue richieste. Lo ricoprì, gli mise addosso tutte le coperte che aveva e anche un tappetino che trovò per terra in una stanza inutilizzata, accese il fuoco più caldo che le riuscì e dopo un paio d'ore Abberkam cominciò a sudare, il sudore gli sprizzò fino a inzuppare lenzuola e materasso.



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