
Lei si girò di frequente, immaginandosi o sognando il peso e il calore di un corpo massiccio, il peso delle mani sui suoi seni, labbra che le tiravano i capezzoli, succhiando la vita.
Accorciò le sue visite ad Abberkam. Il Capo era già capace di alzarsi, di badare alle sue cose, di prepararsi la colazione. Lei gli teneva rifornita la scatola della torba presso il camino, e la dispensa piena, e adesso gli portava la cena ma non si fermava a mangiare con lui. Lui restava quasi sempre serio e silenzioso, e lei stava attenta a quel che diceva. Stavano in guardia. Le mancavano le ore nella stanza a occidente al piano di sopra, ma era acqua passata, una specie di sogno, una dolcezza scomparsa.
Un pomeriggio Eyid arrivò da sola alla casa di Yoss, cupa in volto. «Credo che non tornerò più qua,» le disse.
«Che è successo?»
La fanciulla si strinse nelle spalle.
«Vi sorvegliano?»
«No. Non lo so. Sa, potrei… Potrei essere pregna.» Usava il vecchio termine da schiavi per "incinta".
«Hai usato i contraccettivi, vero?» Li aveva comprati a Veo per la coppietta, in gran quantità.
Eyid fece un cenno vago col capo. «Credo sia un errore,» disse, imbronciando il labbro.
«Fare l'amore? Usare anticoncezionali?»
«Credo sia un errore,» ripeté la ragazza, con una fulminea occhiata rancorosa.
