«Tienti stretta l'unica cosa nobile che esiste,» disse Abberkam. Lei conosceva già la citazione.

«Vuoi che ti legga qualcosa?» gli domandò. «Ho l'Arkamye, me lo posso portare dietro.»

Lui scrollò il capo, con un improvviso sorriso franco. «Non serve, lo conosco,» rispose.

«Tutto?»

Lui fece segno di sì.

«Quando sono arrivata qui volevo impararlo a memoria, almeno in parte. Ma non l'ho mai fatto. Sembra non ci sia mai il tempo. Tu l'hai imparato qui?»

«Tanto tempo fa. In prigione. A Gebba. Là c'era un sacco di tempo… Adesso me ne sto qui e me lo recito.» Il suo sorriso indugiò mentre la guardava. «Mi fa compagnia in tua assenza.»

Lei rimase senza parole.

«La tua presenza mi è dolce,» le confessò.

Yoss si avvolse nello scialle e corse fuori quasi senza salutare.

Tornò a casa in mezzo a una ridda di sensazioni confuse e conflittuali. Che mostro che era quell'uomo! Le faceva il filo, non c'era alcun dubbio. Anzi, quella era un'avance. Se ne stava sdraiato nel letto come un grosso bue abbattuto, con un fischio nei polmoni e i capelli ingrigiti! Quella voce profonda e morbida, quel sorriso, sapeva come servirsi di quel sorriso, sapeva come centellinarlo. Sapeva come circuire una donna, se era vero quel che si diceva ne aveva circuite un migliaio, circuite e possedute e scartate, eccoti un po' di sperma per ricordarti del tuo Capo, e ciao ciao, bambina. Ossignore!

E allora perché le era saltato in testa di raccontargli di Eyid e Wada che stavano nel suo letto? Che donnetta stupida, si disse mentre avanzava in mezzo a quel maligno vento da oriente che spazzava i canneti grigi. Stupida, stupida vecchia.

Gubu le andò incontro, zampettando e dandole dei colpetti morbidi sulle gambe e sulle mani, agitando la corta coda nodosa dalle macchiette nere.



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