
Le dita, compresse fin dalla più tenera età in scarpe da poco prezzo, avevano le superfici di contatto quasi squadrate ed erano piene di calli; le unghie erano stinte e informi. Da un malleolo all’altro correvano rughe secche e sottili. Alla base delle dita, la piccola area piatta aveva conservato la delicatezza; ma la pelle era del colore del fango, e il collo del piede era percorso da venuzze annodate. Disgustoso. Triste, deprimente. Miserevole. Pietoso. Mise alla prova tutte le parole: andavano tutte bene, come piccoli cappelli ripugnanti. Ripugnante: sì, anche. Guardarsi e trovarsi ripugnanti, che allegria! Ma quando ripugnante non era, si era mai osservata a quel modo? No davvero! Un corpo efficiente non è un oggetto, non è uno strumento o una proprietà da ammirare: è semplicemente noi stessi. Solo quando non è più noi ma nostro, un oggetto posseduto, allora ce ne preoccupiamo. Le sue condizioni sono buone? Sarà all’altezza? Resisterà?
— Cosa importa? — disse Laia con rabbia, e si alzò in piedi.
Alzarsi all’improvviso le diede le vertigini. Dovette allungare la mano e appoggiarsi al comodino, perché temeva di cadere. In quell’attimo rammentò il sogno e il suo tendersi verso Taviri.
Cosa le aveva detto? Non lo ricordava. Non ricordava nemmeno se fosse riuscita a toccargli la mano. Nel tentativo di fare violenza alla memoria, la fronte le si aggrottò. Non sognava Taviri da chissà quanto tempo e adesso non ricordava nemmeno le sue parole!
Sparite, tutto sparito. Se ne stava ingobbita nella camicia da notte, la fronte aggrottata, una mano sul comodino. Da quanto tempo non pensava a lui (per non parlare di sognarlo) come «Taviri»? Da quanto tempo non pronunciava più il suo vero nome?
