Joyce aveva perso la mira e il braccio si era abbassato al di sotto della linea di tiro. Lo rialzò, combattendo l’impulso di farlo con un movimento troppo rapido. Se avesse mancato il primo colpo, non ci sarebbe stata la possibilità di spararne un secondo.

In ogni modo quel sistema di mira era migliore di quello convenzionale. Non lasciava spazio all’elaborazione: non aveva né grazia né bellezza, ma era un sistema di mira più sicuro.

Il colpo sparato dalla ragazza lo prese al braccio e la sua mano schizzò in aria per l’impatto. Le dita furono sul punto di perdere la presa sul calcio, e Joyce le strinse convulsamente.

La ragazza stava armeggiando con la pistola, facendo qualcosa alla piastra dell’impugnatura.

L’arma di Joyce sparò in aria ed egli sentì una fitta al braccio per il contraccolpo.

Vide che la ragazza era agitata e confusa quanto lui. Strinse con la mano sinistra l’avambraccio ferito e lo abbassò. Prima che lei potesse sparare ancora, la sua arma esplose un colpo che la fece cadere all’indietro sul terreno. Era morta, senza dubbio.

Trasse un profondo respiro. La pistola fu sul punto di scivolargli tra le dita, ma lui la afferrò con la mano sinistra e la rimise nella fondina.

Lentamente, ricominciò a percepire il mondo intorno a sé. Divenne conscio delle grida rabbiose della folla e degli addetti che lottavano per tenerli a freno. C’era un capannello di gente intorno a uno dei palchi di famiglia, ma prima che potesse farsi un’idea, Kallimer gli mise un braccio intorno alla vita e lo sostenne. Non si era neppure reso conto che stava oscillando.

— Non possiamo preoccuparci della folla — disse Kallimer con voce strana. Il tono era pressante, ma calmo. Non dava segni di isteria e Joyce provò una certa ammirazione.



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