
— Avete visto chi ha lanciato l’arma? — domandò Joyce.
Kallimer scosse il capo. — No. Non ha importanza. Dobbiamo tornare a New York, Joyce guardò in alto verso la piattaforma. Blanding non si vedeva, ma Pedersen, aggrappandosi con le mani al bordo del banco, si lasciò cadere a terra. Si chinò, prese la valigetta che aveva lanciato prima, la aprì ed estrasse la sua arma.
Quella era un’idiozia. Che cosa credeva di fare?
— Joyce! — Kallimer cercò di trattenerlo.
— Sto bene! — scattò Joyce. Cominciò a correre verso Pedersen prima che quello sciocco potesse commettere qualche gesto inconsulto. Mentre correva, capì che Kallimer aveva ragione. Loro tre dovevano tornare a New York il più rapidamente possibile. L’Associazione Forense doveva essere informata.
Pedersen sedeva nell’angolo più lontano dello scompartimento del treno, con gli occhi chiusi e la testa appoggiata al pannello come se stesse ascoltando il rumore del pantografo che correva lungo il cavo aereo. Solo Il Messire sapeva che cosa stesse realmente ascoltando. Il suo volto era pallido.
Joyce si girò rigido verso Kallimer, ostacolato dall’ingessatura e dalla benda che gli teneva il braccio al collo. Il Giudice Aggiunto stava guardando dal finestrino e né lui né Pedersen aveva detto una parola da quando erano saliti sul treno un quarto d’ora prima. In quel momento c’era ancora dell’agitazione sulla piazza. Avevano dovuto aspettare il treno per venti minuti. Questo significava che erano passati più di tre quarti d’ora da quando tutto era cominciato e Joyce ancora non sapeva esattamente che cosa fosse successo. Dell’incidente aveva solo delle impressioni sconnesse, e non riusciva a trovare un significato all’accaduto, anche se sapeva che doveva essercene uno.
— Kallimer.
