Tuttavia è poco probabile che mi incontriate nel cosmo, perché (tolto il Prater e Basin Street) l’Italia del Quattrocento e la Roma di Augusto — prima che la rovinassero — sono i miei luoghi di villeggiatura preferiti (villeggiatura?), e perché inoltre, come ho già detto, cerco di non allontanarmi dal Locale. È davvero il più bel Locale di tutto il Mondo del Cambio. (Crisi! Anche quando lo penso, gli metto le iniziali maiuscole!)

Comunque, quando la cosa è cominciata, stavo facendo girare i pollici, seduta sul divano vicino al piano, e pensavo che ormai era troppo tardi per darmi lo smalto alle unghie, e che tanto, anche se fosse venuto qualcuno, era probabile che non se ne accorgesse.

Nel Locale c’era la solita atmosfera tesa che precede un arrivo, e il Vuoto intorno a noi, grigiastro e vellutato, si contraeva formando macchie indistinte di luce, simili a quelle che potete scorgere quando chiudete gli occhi al buio.

Sid stava regolando i comandi dei Mantenitori per sintonizzarsi sul gruppo di persone da raccogliere, e la spalla destra del suo farsetto grigio, ricamato in filo d’oro, era bagnata nei punti dove aveva sfregato, con qualche movimento del collo, la guancia madida di sudore.

Beauregard era chino sull’altra spalla di Sid e si sporgeva il più possibile in avanti; appoggiava sul vellutone rosa del divano di controllo un ginocchio fasciato nei suoi soliti calzoni bianchi aderenti, e non perdeva un singolo movimento delle dita del vecchio Sid sulle manopole. Oltre a essere il nostro pianista, Beau è anche pilota in seconda. Sul suo volto compariva l’espressione gelida e distaccata che doveva avere avuto quanto ogni moneta d’oro che possedeva (e molte altre che non possedeva affatto) erano puntate sulla prossima carta, nella bisca di uno di quei battelli fluviali del Mississippi che ricordano le torte nuziali.



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