
Mentre così faceva, suo padre gli venne alle spalle e lo colpì forte alla testa, stendendolo a terra. — Sta’ zitto, sciocco! Tieni chiusa quella bocca e va’ a nasconderti, se non sai combattere!
Duny si rialzò in piedi. Ormai poteva udire i karg, in fondo al villaggio, vicini al grande tasso che stava accanto alla conceria. Le loro voci erano chiare, e così pure il tintinnio e il cigolio delle armi e delle armature, ma loro erano invisibili. La nebbia s’era chiusa, addensandosi su tutto il villaggio, ingrigendo la luce, sfocando il mondo, così che un uomo faticava a vedere le proprie mani protese.
— Ho nascosto tutti noi — disse Duny, imbronciato perché la testa gli doleva per il colpo di suo padre e compiere il duplice incantesimo aveva esaurito le sue forze. — Manterrò la nebbia finché potrò. Di’ agli altri di condurre i karg allo Strapiombo Alto.
Il fabbro fissò il figlio, che in quella strana nebbia umida sembrava un fantasma. Impiegò un minuto per comprendere il significato delle parole di Duny; ma quando capì corse via (senza far rumore, poiché conosceva ogni staccionata e ogni angolo del villaggio) a cercare gli altri e dir loro ciò che dovevano fare. Adesso tra la nebbia grigia fioriva una chiazza rosseggiante, perché i karg avevano incendiato il tetto di paglia di una casa. Tuttavia non si addentrarono nel villaggio, ma attesero all’estremità inferiore che la nebbia si alzasse scoprendo il loro bottino e le loro prede.
Il conciatore, cui avevano incendiato la casa, mandò un paio di ragazzini a saltellare proprio sotto il naso dei karg, a gridare e a beffarli per scomparire di nuovo come fumo nel fumo. Intanto gli uomini più vecchi, strisciando dietro le staccionate e correndo di casa in casa, si avvicinarono dalla parte opposta e scagliarono una pioggia di frecce e di lance sui guerrieri, che stavano tutti riuniti.
