La nebbia, ormai, si stava diradando sotto il calore del sole che brillava nudo sopra la vetta, nel cielo luminoso. Quando i vapori si separarono e si dispersero in grandi spire fumose, gli abitanti del villaggio videro una banda di guerrieri che saliva sulla montagna. Erano protetti da elmi di bronzo e gambali e corazze di cuoio pesante e scudi di legno e bronzo, e armati di spade e di lunghe lance karg. Salivano lungo il ripido argine dell’Ar, tortuosamente, in una fila sferragliante e piumata e irregolare, già abbastanza vicini perché si potessero vedere le loro facce bianche e si potessero udire le parole del loro dialetto mentre si scambiavano richiami. La banda, staccatasi dall’orda degli invasori, era formata da un centinaio di uomini, che non sono molti: ma nel villaggio erano soltanto in diciotto, tra uomini e ragazzi.

Ora la necessità evocò la conoscenza: Duny, vedendo la nebbia sparire diradandosi attraverso il sentiero, davanti ai karg, pensò a un incantesimo che poteva essergli utile. Un vecchio mago della pioggia, nella speranza di convincerlo a diventare suo apprendista, gli aveva insegnato parecchi sortilegi. Uno veniva chiamato «tessitura della nebbia», un incantesimo legante che per qualche tempo raccoglie i vapori in un luogo e col quale un esperto d’illusioni può modellare la nebbia in parvenze spettrali che durano un poco e poi svaniscono. Il ragazzo non possedeva tale abilità, ma aveva un intento diverso e anche la forza di volgere l’incantesimo al servizio dei suoi fini. Rapidamente, a voce alta, nominò i luoghi e i confini del villaggio, e poi pronunciò l’incantesimo della tessitura della nebbia, ma tra quelle parole intrecciò le parole di un incantesimo d’occultamento, e per ultima gridò la parola che mise in moto la magia.



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