
Così Ged ricevette il suo nome da un grande esperto nell’uso del potere.
La festa non era finita, e tutti gli abitanti del villaggio si stavano sollazzando tra l’abbondanza di cibi e di birra, e un cantore venuto dal fondo della valle cantava Le gesta dei signori dei draghi, quando il mago disse sottovoce a Ged: — Vieni, ragazzo. Di’ addio alla tua gente e lasciala al suo banchetto.
Ged prese tutto quello che poteva portare con sé, il coltello di ottimo bronzo che gli aveva forgiato suo padre, e una giubba di pelle che la vedova del conciatore aveva tagliato su misura per lui, e un bastone d’ontano che sua zia aveva incantato per lui: questo era tutto ciò che possedeva, oltre alla camicia e alle brache. Disse addio a tutti, tutti coloro che conosceva al mondo, e si voltò a guardare il villaggio annidato sotto gli strapiombi, sopra le sorgenti del fiume. Poi si avviò con il suo nuovo maestro tra le foreste scoscese del fianco della montagna, tra le foglie e le ombre dell’autunno luminoso.
L’OMBRA
Ged aveva pensato che l’apprendista di un grande mago dovesse avere subito accesso ai misteri e al dominio del potere. Avrebbe compreso il linguaggio degli animali e quello delle foglie della foresta, pensava, e avrebbe deviato i venti con la sua parola, e avrebbe imparato a mutarsi nelle forme che preferiva. Forse lui e il suo maestro avrebbero corso come cervi, o sarebbero volati a Re Albi oltre la montagna su ali d’aquila.
Ma non fu così. Vagarono, dapprima giù nella valle e poi a poco a poco verso sudovest, girando intorno alla montagna, facendosi ospitare nei piccoli villaggi o passando le notti all’aperto, come poveri incantatori itineranti, o stagnini, o mendicanti.
