
Sebbene taciturno, era un uomo così mite e calmo che ben presto Ged non ebbe più paura di lui; e dopo un altro paio di giorni si fece abbastanza ardito da chiedergli: — Quando incomincerà il mio apprendistato, signore?
— È già cominciato — rispose Ogion.
Ci fu un silenzio, come se Ged si trattenesse dal dire qualcosa. Poi lo disse: — Ma non ho imparato nulla.
— Perché non hai scoperto ciò che sto insegnando — replicò il mago, proseguendo con quel suo passo lungo e regolare per la loro strada, che era l’alto passo tra Ovark e Wiss. Era un uomo dalla carnagione scura, come quasi tutti quelli di Gont, una carnagione di rame scuro; grigio di capelli, scarno e solido come un cane da caccia, instancabile. Parlava di rado, mangiava poco, e dormiva anche meno. Aveva occhi e orecchi acutissimi, e spesso aveva l’espressione di chi sta in ascolto.
Ged non replicò. Non è sempre facile replicare a un mago.
— Tu vuoi operare incantesimi — disse dopo un po’ Ogion, continuando a camminare. — Hai attinto troppa acqua da quel pozzo. Aspetta. Essere uomini è pazienza. La maestria è pazienza nove volte. Cos’è quell’erba accanto al sentiero?
— Fiordipaglia.
— E quella?
— Non lo so.
— Quadrifoglio, la chiamano. — Ogion s’era fermato, col puntale di rame del bastone accanto all’erba; e Ged osservò attentamente la pianta, e ne staccò un baccello secco, e finalmente chiese, poiché Ogion non aveva aggiunto altro: — A cosa serve, maestro?
