Non penetrarono in regni misteriosi. Non accadde nulla. Il bastone di quercia del mago, che Ged aveva adocchiato all’inizio con ansia timorosa, non era altro che un robusto bastone da viandante. Passarono tre giorni, e poi quattro, e Ogion non aveva ancora pronunciato un solo incantesimo e non gli aveva insegnato un solo nome, una sola formula magica, un solo sortilegio.

Sebbene taciturno, era un uomo così mite e calmo che ben presto Ged non ebbe più paura di lui; e dopo un altro paio di giorni si fece abbastanza ardito da chiedergli: — Quando incomincerà il mio apprendistato, signore?

—  È già cominciato — rispose Ogion.

Ci fu un silenzio, come se Ged si trattenesse dal dire qualcosa. Poi lo disse: — Ma non ho imparato nulla.

—  Perché non hai scoperto ciò che sto insegnando — replicò il mago, proseguendo con quel suo passo lungo e regolare per la loro strada, che era l’alto passo tra Ovark e Wiss. Era un uomo dalla carnagione scura, come quasi tutti quelli di Gont, una carnagione di rame scuro; grigio di capelli, scarno e solido come un cane da caccia, instancabile. Parlava di rado, mangiava poco, e dormiva anche meno. Aveva occhi e orecchi acutissimi, e spesso aveva l’espressione di chi sta in ascolto.

Ged non replicò. Non è sempre facile replicare a un mago.

—  Tu vuoi operare incantesimi — disse dopo un po’ Ogion, continuando a camminare. — Hai attinto troppa acqua da quel pozzo. Aspetta. Essere uomini è pazienza. La maestria è pazienza nove volte. Cos’è quell’erba accanto al sentiero?

—  Fiordipaglia.

—  E quella?

—  Non lo so.

—  Quadrifoglio, la chiamano. — Ogion s’era fermato, col puntale di rame del bastone accanto all’erba; e Ged osservò attentamente la pianta, e ne staccò un baccello secco, e finalmente chiese, poiché Ogion non aveva aggiunto altro: — A cosa serve, maestro?



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