
Tutto ’nzemmula si bloccò. Aveva percepito davanti a lui un movimento fulmineo. Non visto, non udito, ma proprio appena percepito attraverso quel senso misterioso e armalisco che certe volte si risveglia nell’uomo e l’avverte di un possibile pericolo.
Isò l’occhi.
A pochi metri di distanza, il viottolo, deserto, faciva una curva. Ma proprio vicino alla curva, a mano manca, la parete di arbusti stava finendo di ricomporsi in un tremare di foglie e un vibrare di rami.
Capì subito che qualcuno che scendeva per il viottolo, fatta la curva, aveva visto lui che saliva e si era immediatamente nascosto. Qualcuno che aveva scanto di incontrare un carabiniere in divisa, qualcuno che non aveva nessuna gana di farsi riconoscere, qualcuno che…
L’istinto ebbe la meglio, senza manco rendersene conto il maresciallo scattò, si tuffò dintra la macchia dalla stissa parte dell’altro, con tutto il peso del suo corpo si aprì un varco, una nicchia, mentre il punto dove s’attrovava un attimo prima veniva spazzato da una raffica assordante. L’altro aviva usato un kalashnikov.
E che potiva fare lui con la sua arma d’ordinanza?
Avvertì d’aviri la fronte vagnata di sudore, ci passò la mano e s’addunò ch’era macchiata di sangue. Le spine della pianta serbaggia gli avivano lacerato la faccia, le mano e ora s’attaccavano alla giacca e ai pantaloni facendogli difficili i movimenti.
Tirò fora l’arma. Quindi isò il vrazzo e sparò un colpo in aria gridando: «Arrenditi! Sono il maresciallo…».
Un’altra raffica, questa volta pericolosamente vicina, gli troncò la frase. E, assieme alla frase, troncò macari alcuni rametti che quasi toccavano la sua testa.
Questo m’ammazza quando vuole, pensò il maresciallo.
