Una grave intimidazione era, questo sì. Che si sarebbe potuta ripetere con qualcun altro che, ignaro, si spingeva fino alla casa di Ciccino. Ma chi poteva essere questo “qualcun altro”? Ciccino non aviva amici, l’unico col quale ogni tanto parlava era il cognato e perciò, concluse il maresciallo, non c’era pericolo che per quella sera il vidovo dispirato poteva ripetere il gesto sconsiderato.

L’indomani a matino si sarebbe fatto la scarpinata.

Niscì presto, la giornata promittiva sereno e a metà matinata il sole avrebbe battuto forte, meglio evitare la calura.

La trazzera era tutta un’acchianata tra fossi e lastroni di pietra e a un certo momento la jeep non ce la fece più. Non restava che continuare a pedi.

Pigliò dalla machina il megafono che si era portato appresso per parlamentare con Ciccino senza rischiare di attrovarsi svociato e se lo mise a tracolla. Caminò per un quarto d’ora.

Lo scosceso viottolo da capre che stava percorrendo era circondato, a mano manca e a mano dritta, da fitte macchie di piante serbaggie, a tratti formavano una specie d’impenetrabile parete spinosa. Il silenzio era totale, si sarebbe potuta sentire una serpe frusciare in mezzo all’erba. Respirò a funno quell’aria frisca, bona, che odorava di resina.

A un tratto, a mano dritta, la parete verde s’interruppe, si aprì a una specie di minuscolo belvedere sotto il quale, a strapiombo, si vidivano le ultime case del paìsi, quelle che avivano la torma eli una prua.

Ristette tanticchia a taliare il panorama, calcolò che gli ammancava un altro quarto d’ora scarso per arrivare alla casa di Ciccino. Ripigliò a caminare, la testa vascia pirchì era assorto a pinsare alle parole giuste da usare per convincere quel povirazzo a consegnargli il fucile e per persuaderlo, soprattutto, a non fare cose di danno verso se stesso.



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