«Fammi vedere macari tutti i giornali che ti sono arrivati.»

Papuzzo lo taliò strammato per l’insolita richiesta, ma non replicò.

Supra a uno dei quotidiani, il maresciallo attrovò quello che arcava: una fotografia, bastevolmente grande, del novo Presidente, Scalfaro, nominato il giorno avanti.

Tornato in ufficio, ritagliò la fotografia e la mise al posto di quella di Cossiga, il precedente Presidente. Avanti che gli arrivava la foto ufficiale, chissà quanto tempo sarebbe passato e mantenere la foto scaduta non gli pareva cosa giusta.

Era fatto accussì, un omo preciso al quale piaciva che tutto stava al posto indovi doviva stare.

La matina appresso, passando davanti alla chiesa, notò il carro funebre e due corone. S’informò e seppe che era morta per un improvviso attacco di cuore, a sittant’anni passati, Marta Barbaro, una fimmina che lui mai aviva accanosciuto di pirsona in quanto abitava, col marito Francesco inteso Ciccino, in una di quelle casuzze foramano, irraggiungibili d’inverno e poco praticate d’estate. Ciccino, che aviva una grossa mandria di pecore e quindi non se la passava tanto malo, non scinniva quasi mai in paìsi.

Chiuso e scorbutico, non aviva amici e il fatto che dal matrimonio non erano vinuti figli aviva accentuato i lati certo non gradevoli del suo carattere.

A Belcolle aviva un cognato, Pietro, che si era maritato con Gasparina, sorella di quattro anni più picciotta di lui, ed era l’unica pirsona di tutto il paìsi col quale scangiava qualchi avara parola. Questo era tutto quello che il maresciallo sapiva della coppia.

Gli parse però giusto aspittare sul sagrato la fine della cerimonia e, quanno la cassa venne messa supra il carro, andò a stringere la mano a Ciccino.



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