
«Povirazzo!» lo compatì il maresciallo mentre andava verso la Stazione.
Quella morte di sicuro viniva a sconvolgergli l’esistenza. Non si passano più di quarant’anni, notte e giorno, ’nzemmula a un’altra pirsona e doppo, all’improviso, non si può restare soli nella solitudine di una casa solitaria come se niente fosse capitato.
Tutte le sue abitudini di necessità sarebbero state stravolte, cangiate, aggiungendo sofferenza a sofferenza, pirchì spesso le abitudini possono addivintare forza e conforto. E il maresciallo, che era scapolo, l’accanosceva benissimo il valore delle abitudini. In fondo, si spiava certe volte quanno pinsava alla sua vita, non è vero che non ti sei voluto maritare perché avevi scanto di dover rinunziare alle tue abitudini? E a questa domanda non dava mai risposta.
Della morte di Marta Barbaro ne risentì parlare doppo una simanata, mentre si trovava nel salone di Pasqualino il varberi.
Ogni quinnici giorni immancabilmente il maresciallo si faciva dare da Pasqualino una ripassata ai capelli: a parte il fatto che gli piaciva essere sempre in ordine (la varba se la faciva tutte le matine col rasoio a mano, se era costretto a restare con la varba longa si sentiva malato), il salone era una gran miniera di notizie. Era giornalmente frequentato dal professor Lumia e dal geometra Albanese, quasi ottantini, che passavano ore e ore a intrattenersi coi clienti di Pasqualino e che, immancabilmente, erano sempre fra loro in totale disaccordo su qualsiasi cosa.
