— Può farlo ricoverare in un ospedale?

— No.

— Non senza disegno retinico, vuol dire?

— Proprio così. Mi piacerebbe poterle dire il contrario, ma sarebbe inutile. Non lo accetterebbero mai.

— Capisco.

— Ho molti pazienti che aspettano. Le addebiterò una visita per un’influenza. Gli dia queste, dovrebbero fargli calare la febbre; se domani non sta meglio, me lo riporti.

Più tardi, mentre l’aria e gli oggetti si raffreddavano, e gli ucccelli diurni s’erano azzittiti lasciando pian piano il posto a quelli notturni, e Nitty aveva acceso un fuoco su cui stava cucinando qualcosa, disse a Mr. Parker: — Non capisco perché non abbia voluto aiutare il bambino.

— Gli ha dato qualcosa per la febbre.

— Non è molto. Avrebbe potuto fare di più.

— C’è tanta gente che ha bisogno di…

— Lo so. E non sono poi tanti. Ce n’è di più in Cina o in altri posti. Lei crede che questa medicina gli farà bene?

Mr. Parker poggiò una mano sulla testa di Little Tib. — Pensò di sì.

— Restiamo qui a occuparci di lui, oppure domattina ce ne torniamo a Martinsburg?

— Domattina vedremo come sta.

— Sa, Mr. Parker, a vederla come agisce ora… voglio dire, credo che ce la farà.

— Sono un bravo programmatore, Nitty. Lo sono davvero.

— So che lo è. Lei lavori bene a quel programma, e la macchina scoprirà che hanno ancora bisogno di un sovrintendente. E anche di un uomo per la manutenzione. Perché un uomo deve sentirsi così male se non ha un lavoro da fare e una paga? Me lo sa dire? Forse mi hanno messo qualcosa nella testa, come lei?

— Il perché lo sa bene quanto me — disse Mr. Parker.

Little Tib non li ascoltava. I suoi pensieri erano tornati alla ragazzina e alla gamba di lei. L’ho sognato, pensò. Nessuno può fare quella cosa; ho solo sognato di toccarla e di sentire che diventava più grossa. E questo vuol dire che la realtà era l’altra, l’uomo di rame e la gigantessa con la scopa.



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