
— Non far bruciare l’accampamento, Birno.
— Portatemi una Ragazza di Colonia, capitano. Bionda, misure 85, 55, 90.
— Cristo, niente di più?
— Mi piacciono asciutte, vedete, senza troppa polpa.
Birno tracciò espressivamente nell’aria le sue preferenze. Con un sorriso d’intesa, Davidson salì fino all’hangar. Mentre sorvolava il campo, si sporse a guardarlo: cubetti per bambini, linee di sentieri simili a schizzi, lunghe spianate irte di ceppi sporgenti; tutto si restrinse quando la macchina si alzò: vide il verde delle foreste non tagliate della grande isola, e al di là di quel verde cupo il verde pallido del mare che si stendeva interminabile. Ora Campo Smith pareva una macchia gialla, una pagliuzza su un vasto tappeto verde.
Attraversò lo Stretto di Smith e le pendici alberate, profondamente corrugate, della parte nord dell’Isola Centrale, e per mezzogiorno scese a Centralville. Sembrava una vera città, dopo tre mesi trascorsi nei boschi; c’erano vere e proprie strade, veri edifici, ed era laggiù fin dagli albori della Colonia, quattro anni addietro.
Non ti accorgevi della piccola, inconsistente cittadina di frontiera che era, finché non guardavi un chilometro più a sud e vedevi scintillare al di sopra della spianata di monconi e dei frangifiamme di cemento un’unica torre dorata, più alta di ogni altra cosa di Centralville. La nave non era di quelle grandi, ma quaggiù sembrava enorme. E si trattava solamente di una lancia, una navetta, una scialuppa; la nave ultra-luce della serie, la Shackleton, era mezzo milione di chilometri più su, in orbita. La lancia era solo una traccia, un’unghia della poderosità, della forza, della precisione dorata, della grandiosità della tecnologia della Terra, capace di congiungere tra loro le stelle.
Ecco perché gli occhi di Davidson si riempirono per un istante di lacrime, alla vista della nave venuta dalla madrepatria. E non se ne vergognava affatto. Era un patriota: lui, Davidson, era fatto così, e non poteva farci niente.
