
C’era un accampamento, quella mattina. Duecento uomini. C’erano quattro creechie pochi minuti fa. Non si era sognato tutto. Non potevano scomparire così. Erano laggiù, nascosti. Aprì il boccaporto della mitragliatrice sulla prua dell’elicottero e tempestò la terra bruciata e i cadaveri ormai freddi dei suoi uomini e le macchine distrutte e i ceppi bianchi e marci, volando avanti e indietro finché le munizioni non furono terminate e i conati dell’arma non cessarono bruscamente.
Adesso le mani di Davidson non tremavano più, il suo corpo provava un senso di pacificazione, e lui era certo di non essersi lasciato prendere da nessun sogno.
Ritornò in volo sullo Stretto, per riferire la notizia a Centralville. Mentre volava, si accorse che la sua faccia si rilassava e riprendeva le abituali linee calme. Non avrebbero potuto accusarlo del disastro, poiché lui non era stato neppure presente.
Forse avrebbero ritenuto significativo il fatto che i creechie avessero colpito mentre lui era assente, sapendo che l’attacco non avrebbe avuto successo se fosse stato presente per organizzare la difesa.
E almeno una cosa positiva sarebbe uscita da tutto l’accaduto. Avrebbero fatto ciò che avrebbero dovuto fare fin dall’inizio, e avrebbero ripulito il pianeta in funzione dell’occupazione umana. Neppure Lyubov avrebbe potuto impedire loro di cancellare i creechie, ormai… soprattutto quando avessero udito che era stato il creechie beniamino di Lyubov a guidare il massacro!
Per un po’ di tempo, sarebbero stati favorevoli allo sterminio di quei parassiti, d’ora in poi; e forse… ripeto forse… avrebbero affidato a lui quel lavoretto. Di fronte a quel pensiero, un altro uomo avrebbe anche potuto sorridere. Ma lui mantenne impassibile il volto.
Il mare sotto di lui era grigiastro dell’ultima luce del crepuscolo, e davanti a lui si stendevano le collinette delle isole, i profondi corrugamenti, i numerosissimi fiumi e le molteplici foglie delle foreste immerse nella tenebra.
