
È difficile voltare la schiena a due pistole puntate su di te, ma Davidson fece proprio questo, e si avviò in direzione del campo d’atterraggio.
Una voce alle sue spalle disse qualche parola creechie, stridula e forte. Un’altra gli gridò: — Svelto, scat-tare! — seguito da uno strano suono, come un cinguettio di uccelli, che doveva essere una risata creechie.
Uno sparo colpì la strada e rimbalzò con un sibilo, a poca distanza da lui. Cristo, non vale, quelli avevano le pistole e lui non era armato. Cominciò a correre. Poteva correre più in fretta di qualsiasi creechie. E quelli non erano capaci di usare una pistola.
— Corri — disse la voce pacata, dietro di lui.
Aveva parlato lo Sfregiato… Selver, ecco come si chiamava.
Sam, lo avevano chiamato, finché Lyubov non aveva fermato Davidson, impedendogli di dargli quello che si meritava, e poi ne aveva fatto il suo beniamino: in seguito lo avevano chiamato Selver. Cristo, ma che cos’era tutto questo, era un incubo?
Continuò a correre. Il sangue gli pulsava alle orecchie. Corse nel crepuscolo dorato e fumoso. C’era un corpo steso attraverso il sentiero, all’andata non se n’era neppure accorto. Non era bruciato, sembrava un pallone bianco, svuotato di tutta l’aria. Aveva occhi azzurri, grandi e sbarrati.
Non osavano ucciderlo, uccidere Davidson. Non gli avevano più sparato. Era impossibile. Non potevano ucciderlo.
Ecco l’elicottero, sicuro e lucente… Davidson si tuffò sul sedile e mise in volo la macchina prima che i creechie potessero tentare qualcosa. Gli tremavano le mani, ma non molto: era solo lo shock. Non potevano ucciderlo. Descrisse un cerchio intorno alla collina e poi ritornò indietro a bassa quota, a tutta velocità, alla ricerca dei quattro creechie. Ma nulla si muoveva tra le rovine dell’accampamento.
