— Posso venire nella tua Loggia, Padron Sognatore? Vengo da assai lontano.

Il vecchio continuò a rimanere seduto, senza muoversi. Dopo un poco, Selver si accoccolò sui calcagni, a lato del sentiero, accanto al torrente. La sua testa si chinò, poiché era esausto e doveva dormire. Camminava da cinque giorni.

— Appartieni al tempo del sogno o a quello del mondo? — gli chiese infine il vecchio.

— Al tempo del mondo.

— Vieni con me, allora.

Il vecchio si alzò rapidamente e accompagnò Selver lungo il sentiero tortuoso che portava dal boschetto di salici alle regioni più asciutte, più buie, della quercia e del biancospino.

— Ti avevo scambiato per un dio — disse, mentre lo precedeva di un passo. — E mi pareva di averti già visto, forse in sogno.

— Non certamente nel tempo del mondo. Vengo da Sornol, non sono mai stato qui prima d’ora.

— Questa città è Cadast. Io sono Coro Mena. Del Biancospino.

— Selver è il mio nome. Del Frassino.

— Ci sono persone del Frassino tra di noi, sia uomini che donne. E anche dei tuoi clan di matrimonio, Betulla e Agrifoglio; non abbiamo donne del Melo. Ma tu non sei venuto qui per una moglie, vero?

— Mia moglie è morta — disse Selver.

Giunsero alla Loggia degli Uomini, posta in una piccola altura, in mezzo a un campo di giovani querce. Si chinarono e strisciarono entro la galleria d’ingresso. All’interno, illuminato dalla luce del fuoco, il vecchio si alzò in piedi, ma Selver rimase curvo sulle mani e le ginocchia, incapace di alzarsi. Ora che soccorsi e conforto erano vicini, il corpo che lui aveva eccessivamente sforzato non voleva andare oltre. Si stese a terra, i suoi occhi si chiusero; Selver scivolò, con sollievo e gratitudine, nella grande oscurità.



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