Gli uomini della Loggia di Cadast si presero cura di lui, e il loro guaritore giunse a prendersi cura della ferita che aveva al braccio destro. Nella notte, Coro Mena e il guaritore Torber sedettero accanto al fuoco. Quasi tutti gli altri uomini erano con le mogli, quella notte; c’era solo un paio di sognatori apprendisti, sulle panche, ed entrambi si erano presto addormentati.

— Non so che cosa possa procurare a un uomo cicatrici come quelle che ha sulla faccia — disse il guaritore — per non parlare poi di una ferita come quella che ha al braccio. Una ferita davvero strana.

— Ed è una strana macchina, quella che recava alla cintura — disse Coro Mena.

— L’ho vista e non l’ho vista.

— L’ho messa sotto la sua panca. Sembra ferro lucidato, ma non mi pare un manufatto prodotto da uomini.

— Viene da Sornol, ti ha detto.

Entrambi rimasero in silenzio per un certo tempo. Coro Mena sentì una paura irragionevole premere su di lui, e scivolò nel sogno per trovare la ragione della paura: era un uomo anziano, adepto da lungo tempo.

Fece un sogno in cui camminavano i giganti, pesanti e terribili. Le loro membra asciutte e scagliose erano fasciate di stoffe; i loro occhi erano piccoli e chiari, come perline di stagno. Dietro di loro strisciavano grandi oggetti semoventi, fatti di ferro lucidato. Gli alberi cadevano a terra davanti a quelli.

Dagli alberi che cadevano uscì un uomo, di corsa, gridando forte, con il sangue alla bocca. Il sentiero su cui correva era l’ingresso della Loggia di Cadast.

— Be’, non ci sono dubbi — disse Coro Mena, uscendo dal sogno. — È venuto da oltremare, direttamente da Sornol, oppure è venuto a piedi dalla costa di Kelme Deva, sulla nostra stessa terra. I giganti sono in entrambi quei luoghi, dicono i viaggiatori.

— Lo seguiranno — disse Torber. Nessuno rispose alla domanda, che non era una domanda, ma la formulazione di una possibilità.



24 из 143