Il vecchio creechie se la prendeva assai calma e ci metteva un’ora per portargli la colazione dalle cucine.

— Svelto, scat-tare! — gli gridò Davidson, e Ben accelerò fino a un ritmo di camminata il suo bighellonaggio disossato.

Ben era alto circa un metro, e il pelo della sua schiena era più bianco che verde; era vecchio, e tonto anche per un creechie, ma Davidson sapeva come trattarlo.

Un mucchio di persone non sapeva trattare i creechie, nemmeno una cicca, ma Davidson non aveva mai avuto difficoltà con quelle scimmie; era capace di domare qualsiasi creechie, se ne valeva la pena. Ma non ne valeva la pena. Porta qui un numero sufficiente di persone umane, costruisci macchine e robot, metti fattorie e città, e nessuno avrà più bisogno dei creechie. E la cosa sarà certo un bene.

Infatti, quel mondo, New Tahiti, era letteralmente fatto per gli uomini. Una volta spazzato e ripulito, una volta abbattute le buie foreste per creare grandi campi di grano, eliminate la tenebra primeva, la barbarie e l’ignoranza, sarebbe diventato un paradiso, un vero Eden. Un mondo migliore della Terra ormai esausta. E sarebbe stato il suo mondo. Poiché questo era ciò che Don Davidson era, nel profondo del suo cuore: un addomesticatore di mondi. Non era persona che amasse vantarsi, ma conosceva la propria misura. Semplicemente, lui era fatto così. Sapeva ciò che voleva, e come ottenerlo. E lo otteneva sempre.

La colazione atterrò tiepida nel suo stomaco. Il buon umore di Davidson non venne rovinato neppure dalla vista di Kees Van Sten che veniva verso di lui, grasso, bianco e preoccupato, con gli occhi che gli sporgevano dalle orbite come azzurre palline da golf.



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