
— Ma non è come gli altri. Non è come l’Inseguitore, e neppure come l’Amico che non ha volto, o la Donna delle Foglie di Pioppo, che cammina nella foresta dei sogni. E non è il Guardaporta, né il Serpente. Né il Suonatore di Lira, né lo Scultore o il Cacciatore, sebbene scenda nel tempo del mondo al pari di quelli. Possiamo aver sognato di Selver in questi ultimi anni, ma non lo sogneremo più; ha lasciato il tempo del sogno. Viene nella foresta, dalla foresta, dove le foglie cadono, dove gli alberi cadono: un dio che conosce la morte, un dio che uccide e che a sua volta non rinasce.
La donna-capo ascoltò i rapporti di Coro Mena e le sue profezie, e agì. Mise in allarme la città di Cadast, assicurandosi che ogni famiglia fosse pronta a partire, con qualche pacco di cibo, con barelle pronte per i vecchi e i malati. Inviò giovani donne in esplorazione a sud e a est per avere notizie degli umani. Tenne continuamente intorno alla città un gruppo di cacciatori armati: gli altri uscirono, come sempre, ogni notte.
È quando Selver si fu maggiormente ristabilito, gli chiese di uscire dalla Loggia per raccontare la sua storia: di come gli umani uccidessero e facessero schiava la gente di Sornol, e abbattessero le foreste; di come la gente di Kelme Deva avesse ucciso gli umani. Costrinse le donne e i non-sognatori, che non comprendevano queste cose, ad ascoltare nuovamente, finché non capirono, e ne furono atterriti.
Ebor Dendep era una donna pratica. Quando un Grande Sognatore, suo fratello, le aveva detto che Selver era un dio, un cambiatore, un ponte tra le realtà, lei gli aveva creduto e aveva agito. Era responsabilità del Sognatore quella di essere attento, di essere certo che il proprio giudizio fosse vero. La responsabilità di lei era poi quella di raccogliere quel giudizio e di agire in merito. L’uno vedeva ciò che doveva essere fatto; l’altra provvedeva a che fosse fatto.
— Tutte le città della foresta devono udire — disse Coro Mena.
