
— E tutti i sogni degli uomini — disse Coro Mena, seduto a gambe incrociate nell’oscurità — cambieranno. Non saranno più gli stessi. Io non camminerò più per il sentiero che ieri ho percorso con te, il sentiero che sale dal boschetto di salici e su cui ho camminato per tutta la mia vita. È cambiato. Tu hai camminato su di quello, ed esso è cambiato profondamente.
"Prima di questo giorno, la cosa che dovevamo fare era la cosa giusta da farsi; la strada che dovevamo percorrere era la strada giusta e ci conduceva a casa. Dov’è adesso la nostra casa? Poiché tu hai fatto ciò che dovevi fare, e non era il giusto. Hai ucciso degli uomini. Io li vidi, cinque anni fa, nella Valle di Lemgan, dove erano giunti con una nave volante; mi nascosi e osservai i giganti, sei di numero, e li vidi parlare, e guardare le rocce e le piante, e cuocere il cibo. Sono uomini. Ma tu sei vissuto tra loro; dimmi, Selver, sognano?"
— Come i bambini, nel sonno.
— Non hanno addestramento?
— No. A volte parlano dei loro sogni, e i guaritori cercano di usarli per la cura, ma nessuno di loro è addestrato, o ha qualche abilità nel sognare. Lyubov, che ha insegnato a me, mi comprendeva quando gli mostravo come sognare, eppure, nonostante ciò, continuava a chiamare "reale" il tempo del mondo e "irreale" il tempo del sogno, come se ci fosse differenza tra i due.
— Tu hai fatto ciò che dovevi fare — ripeté Coro Mena, dopo un silenzio. I suoi occhi incontrarono quelli di Selver, attraverso le ombre. La tensione disperata si allentò nella faccia di Selver; la sua bocca sfregiata si rilassò; si appoggiò sulla schiena senza dire altro. In breve si addormentò.
— È un dio — disse Coro Mena.
Torber annuì, accettando quasi con sollievo il giudizio del vecchio.
