Eppure, le voci che gridavano qui e là e le chiacchiere delle donne che facevano il bagno o dei bambini che giocavano accanto al fiume erano meno forti del canto degli uccelli mattutini, del ronzio degli insetti e del sub-rumore della foresta vivente, di cui la città era solo uno degli elementi.

Una ragazza giunse sveltamente: una giovane cacciatrice del colore delle pallide foglie di betulla.

— Messaggio dalla costa meridionale, Madre — disse. — La corriera è alla Loggia delle Donne.

— Mandala qui dopo che avrà mangiato — disse piano la donna-capo. — Ss, Tolbar, non vedi che dorme?

La ragazza si chinò a raccogliere una larga foglia di tabacco selvatico, e la depose gentilmente sugli occhi di Selver, che erano stati colpiti da un raggio del sole sempre più alto.

Selver giaceva con le mani semiaperte e la sua faccia sfregiata e ferita voltata verso l’alto, vulnerabile e sciocco, un Grande Sognatore colto dal sonno come un bambino. Ma Ebor Dendep osservava soprattutto la faccia della ragazza. In quella luce irregolare, brillava di pietà e di terrore, di adorazione.

Tolbar si allontanò di corsa. In seguito giunsero due delle Anziane Donne, insieme con la messaggera, muovendosi silenziosamente in fila, lungo il sentiero maculato dal sole. Ebor Dendep alzò la mano, godendosi il silenzio. La messaggera si stese immediatamente a terra e si riposò; il suo pelo verde screziato di marrone era impolverato e sudato: aveva corso a lungo, e in fretta. Le Anziane Donne si misero a sedere in chiazze di luce, e non si mossero più. Sedevano come due vecchie pietre grigie e verdi, con occhi luminosi e vivi.

Selver, lottando con un sogno portato dal sonno, che sfuggiva al suo controllo, lanciò un urlo, come per una grande paura, e si destò.

Si recò a bere al ruscello; quando tornò indietro, era seguito da sei o sette di coloro che sempre lo seguivano. La donna-capo depose a terra il lavoro non ancora finito e disse: — Ora, che tu sia la benvenuta, corriera, e parla.



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