
— C’era uno, chiamato Lyubov — disse Selver alla donna-capo. — Ho parlato di lui a Coro Mena, ma non a te. Quando quell’altro stava per uccidermi, fu Lyubov a salvarmi. Fu Lyubov che mi curò e mi mise in libertà. Lui desiderava sapere di noi; e io gli dicevo ciò che mi chiedeva, e anche lui rispondeva alle mie domande. Una volta gli chiesi come la sua razza potesse sopravvivere, dato che aveva così poche donne. Lui disse che nel luogo da cui provengono, metà della razza è composta di donne; ma gli uomini non volevano portare le donne nelle Quaranta Terre finché non avessero preparato un posto adatto a loro.
— Finché gli uomini non avessero preparato un posto adatto alle donne? Oh, be’! Allora avranno un bell’aspettare — disse Ebor Dendep. — Sono come la gente del Sogno dell’Olmo, che viene avanti rinculando, con la testa voltata a fronteggiare ciò che c’è dietro. Trasformano la foresta in una spiaggia arida — (la sua lingua non aveva alcuna parola che significasse "deserto") — e questo lo chiamano preparare le cose per le donne? Avrebbero dovuto mandare le donne per prime. O forse presso di loro sono le donne a compiere il Grande Sogno, chi lo sa? Sono arretrati, Selver. Sono pazzi.
— Un popolo intero non può essere pazzo.
— Ma si limitano a sognare nel sonno, hai detto; se vogliono sognare quando sono svegli, prendono dei veleni, e così i sogni escono di controllo, hai detto! Potrebbe un popolo essere più folle? Essi non distinguono il tempo del sogno dal tempo del mondo, non più di quanto lo distingua un bambino. Forse, quando uccidono un albero, pensano che ritornerà ancora in vita!
Selver scosse la testa. Parlava ancora con la donna-capo, come se fossero soli nel boschetto di betulle, con una voce calma ed esitante, quasi sonnolenta: — No, capiscono la morte molto bene… Certo, non vedono alla nostra maniera, ma hanno conoscenze maggiori delle nostre, e capiscono meglio di noi certi generi di cose. Lyubov capiva quasi sempre ciò che gli dicevo. Molto di ciò che diceva a me, invece, io non lo capivo.
