Simon si sentiva stanco. La mancanza di sonno, la necessità di stare continuamente in guardia… Rallentò il passo davanti ad un portone illuminato, lesse la scritta sul tendone afflosciato dalla pioggia. Un portiere aprì l’uscio, e l’uomo sotto la pioggia accettò quell’invito tacito, entrando nel tepore e nell’odore fragrante dei cibi.

Il maltempo doveva aver scoraggiato i clienti. Forse fu per quello che il capocameriere l’accolse con tanta premura. O forse il taglio del suo abito, ancora presentabile, protetto dal soprabito che Simon si affrettò a togliersi, la sua arroganza vaga ma inequivocabile — il marchio tipico di un uomo che aveva comandato i suoi simili ed era stato obbedito prontamente — gli assicurarono quel tavolo ben situato e l’attenzione del cameriere.

Simon sorrise ironicamente, mentre scorreva il menù: e in quel sorriso c’era una sfumatura di autentica gaiezza. Il condannato avrebbe comunque mangiato di buon appetito. La sua immagine, riflessa e distorta dal fianco curvilineo della zuccheriera levigata, gli rimandò quel sorriso. Un volto lungo, disegnato finemente, con minuscole grinze agli angoli degli occhi, e linee più profonde incise intorno alle labbra: un viso bruno, segnato, e tuttavia senza età. Così era stato a venticinque anni, così avrebbe continuato ad essere fino a sessanta.

Tregarth mangiò lentamente, assaporando ogni boccone, mentre il tepore piacevole della sala e del vino meticolosamente scelto gli distendeva i muscoli, se non la mente ed i nervi. Ma quella distensione non alimentava un falso coraggio. Era la fine, lo sapeva… ed era arrivato ad accettarla.

«Mi scusi…»

La forchetta che Tregarth aveva sollevato, con il pezzetto di carne infilato sulle punte, non indugiò davanti alle sue labbra. Ma nonostante il ferreo autocontrollo di Simon, un muscolo fremette nella palpebra inferiore. Masticò, poi rispose, con voce normale.



2 из 236