
Non vi sono, disse Nave, pianeti verdi e piacevoli.
Poiché non trovo parole adeguate da pronunciare, disse il robot a Nave, ti dispiace se mi trattengo un poco? Dovremmo avere almeno, nei loro confronti, il riguardo di non scappare via in fretta.
Resta, disse Nave. Abbiamo tutta l’eternità.
«E sai,» disse Nicodemus a Horton, «non sono riuscito a dir nulla.»
Nave parlò. Abbiamo un visitatore. È uscito dalle colline e attende vicino alla rampa. Dovresti uscire, andargli incontro. Ma sii cauto, e prendi le armi. Si direbbe un brutto cliente.
5.
Il visitatore si era fermato a cinque o sei metri dalla base della rampa e li aspettava, quando Horton e Nicodemus uscirono per riceverlo. Era alto come un umano, e bipede. Le braccia, che pendevano inerti lungo i fianchi, non erano concluse da mani, ma da grovigli di tentacoli. Non portava indumenti. Il corpo era ricoperto da un vello rado. Che fosse un maschio, era aggressivamente chiaro. La testa sembrava un teschio scarnito, senza capelli o pelame, e la pelle era tesa sulla struttura ossea. Le mandibole erano pesanti, allungate in un muso massiccio. Dalla mascella superiore sporgevano zanne aguzze, un po’ simili a quelle dell’antica tigre dai denti a sciabola della Terra. Le lunghe orecchie appuntite, incollate al cranio, sovrastavano rigide la testa calva, ed erano coronate da ciuffi rossovivi.
Quando i due arrivarono ai piedi della rampa, l’essere parlò con voce tonante. «Vi dò il benvenuto,» disse, «su questo schifo di pianeta.»
«Come diavolo,» proruppe Horton, sbalordito, «conosci la nostra lingua?»
«L’ho imparata tutta da Shakespeare,» disse l’essere. «Me l’ha insegnata Shakespeare. Ma adesso è morto, e mi manca terribilmente. Sono desolato senza di lui.»
«Ma Shakespeare è un uomo molto antico, e io non capisco…»
