
Avrebbe dovuto dire una preghiera per loro, sebbene non ne avesse mai recitata una e non avesse mai neppure pensato di pregare. Tuttavia temeva che una sua preghiera non sarebbe stata accettabile, né per gli umani che giacevano lì, né per qualunque divinità che potesse tendere l’orecchio per udirla. Ma era un gesto… una speranza lieve ed incerta che, chissà dove, esistesse ancora un’entità d’intercessione.
E se avesse pregato, che avrebbe potuto dire? Signore, noi ti affidiamo queste creature…
E quando avesse detto così? Quando avesse fatto una buona partenza?
Potresti spiegargli, disse Nave. Potresti fargli capire l’importanza delle creature per cui ti preoccupi. Oppure potresti supplicare e discutere a nome loro, che sono ormai al di là di ogni supplica e di ogni discussione.
Ti burli di me, disse Nicodemus.
Noi non ci burliamo di te, disse Nave. Noi siamo al di là di ogni ironia.
Dovrei dire qualche parola, continuò Nicodemus. Loro se l’aspetterebbero, da me. La Terra se lo aspetterebbe. Un tempo eravate umani. Direi che in un’occasione come questa dovrebbe esservi un po’ d’umanità in voi.
Siamo addolorati, disse Nave. Piangiamo. Proviamo un senso di tristezza. Ma ci rattrista la morte, non l’idea di lasciare i morti in questo luogo. A loro non importa dove li lasciamo.
Bisogna dire qualcosa, insistette tra sé Nicodemus. Qualcosa di solenne, di ufficiale, un rituale studiato, recitato decorosamente, perché resteranno qui, per sempre, polvere della Terra trapiantata. Sebbene sia stato logico cercare per loro un luogo solitario, non dovremmo abbandonarli qui. Avremmo dovuto cercare un pianeta verde e piacevole.
