Shakespeare ridacchiò, fiaccamente. «Te lo concedo,» disse.

3.

Carter Horton ritornò in vita. Gli pareva di trovarsi in fondo a un pozzo. Il pozzo era colmo di un’oscurità lanuginosa e, preso da una paura, da una collera improvvise, cercò di liberarsi della lanugine e dell’oscurità, di uscire dal pozzo. Ma la tenebra si avvolse intorno a lui, e la lanugine divenne difficile da rimuovere. Dopo un po’, rimase immobile. La sua mente scattava esitante, mentre cercava di capire dov’era e come poteva essere finito lì: ma non c’era nulla che potesse fornirgli indicazioni. Non aveva ricordi. Mentre giaceva nel silenzio, si accorse con stupore di essere comodo e caldo, come se fosse stato sempre lì, comodo e caldo, e soltanto in quel momento si accorgesse della comodità e del tepore.

Ma attraverso quelle sensazioni, provava un senso frenetico d’urgenza, e si domandò perché. Gli pareva che bastasse continuare così, si disse, eppure qualcosa dentro di lui gridava che non era abbastanza. Tentò ancora una volta di scalare il pozzo, di scrollare via la confusione e l’oscurità, e non vi riuscì, ricadde esausto.

Era troppo debole, si disse: e perché mai doveva essere così debole?

Cercò di gridare per attirare l’attenzione, ma la voce lo tradì. All’improvviso ne fu lieto perché, fino a quando fosse divenuto più forte, si disse, sarebbe stata forse un’imprudenza attirare l’attenzione. Perché non sapeva dove fosse, o che cosa o chi poteva essere in agguato lì vicino, e con quali intenzioni.

Tornò ad abbandonarsi nell’oscurità e nella confusione, sicuro che l’avrebbero nascosto a ciò che poteva essere in agguato; e provò un vago senso di divertimento nell’accorgersi di una lenta collera filtrante, all’idea di essere costretto a raggomitolarsi per sfuggire all’attenzione.



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