
Poco a poco la confusione e l’oscurità si dileguarono, ed egli si accorse, con stupore, di non essere in fondo a un pozzo. Sembrava piuttosto in uno spazio limitato, che adesso poteva vedere.
Le pareti metalliche salivano, ai suoi fianchi, e s’incurvavano, una trentina di centimetri sopra la sua testa, formando una volta. Congegni dall’aspetto strano erano ritratti entro intercapedini sul soffitto, proprio al di sopra del suo capo. Nel vederli, la memoria prese a rifluire, portando con sé un senso di freddo. Vi pensò, e non riuscì a ricordare un freddo autentico, sebbene la sensazione fosse presente. E quando il ricordo del freddo si protendeva a sfiorarlo, provava una fitta di apprensione.
Ventilatori nascosti soffiavano aria calda sopra di lui: allora comprese il tepore. Stava comodo, notò, perché giaceva su un materasso spesso e soffice piazzato sul fondo del cubicolo. Un cubicolo, pensò… anche le parole, la terminologia cominciavano a ritornare. Gli strani congegni inseriti nelle intercapedini nel soffitto facevano parte del sistema di supporto, ed erano lì, lo sapeva, perché non ne aveva più bisogno. E non ne aveva più bisogno, pensò, perché Nave era atterrata.
Nave era atterrata, e lui era stato destato dall’ibernazione… il suo corpo era stato scongelato, le sostanze della rianimazione gli erano state iniettate nel sangue, dosi meticolosamente misurate di sostanze nutrienti ad alta energia erano state immesse in lui, ed era stato massaggiato e riscaldato e riportato in vita. Era vivo, se prima era morto. Ricordò le interminabili discussioni su quel problema, quando l’avevano esaminato e rimuginato e sventrato e fatto a pezzi, per poi cercare di ricomporre meticolosamente i frammenti. La chiamavano ibernazione, sicuro… era logico che la chiamassero così, perché aveva un suono facile, rassicurante. Ma era sonno o morte? Ci si addormentava e ci si risvegliava? Oppure si moriva e risuscitava?
