
«Cosa succede?» gridò Horton, ormai più irritato che spaventato, incollerito dalla calma altezzosa del grande mostro, la Nave. «Dove sono tutti gli altri?»
Carter Horton, disse Nave, non vi sono altri.
«Come, non vi sono altri? Sulla Terra eravamo un gruppo.»
Ci sei soltanto tu, disse Nave.
«E degli altri, che ne è stato?»
Sono morti, disse Nave.
«Morti? Come, morti? Erano con me l’altro giorno!»
Erano con te, disse Nave, mille anni or sono.
«Sei pazza. Mille anni!»
È il tempo trascorso, disse Nave, continuando a parlare alla sua mente, da quando siamo partiti dalla Terra.
Horton udì un rumore alle sue spalle e si voltò di scatto. Un robot era uscito dal portello.
«Sono Nicodemus,» disse il robot.
Era un robot normalissimo, un robot casalingo, del tipo che sulla Terra avrebbe prestato servizio come maggiordomo o valletto, cuoco o fattorino. Non aveva la minima sofisticazione meccanica: era soltanto un catorcio qualunque, dai piedi piatti.
Non devi disprezzarlo così, disse Nave. Siamo sicuri che lo troverai molto efficiente.
«Sulla Terra…»
Sulla Terra, disse Nave, ti addestravi con un prodigio meccanico troppo delicato, che poteva gustarsi facilmente. Un congegno del genere non poteva venire inviato in una lunga spedizione. C’erano troppe probabilità che si guastasse. Ma in Nicodemus non c’è niente che possa rompersi. Data la sua semplicità, ha un alto valore di sopravvivenza.
«Mi dispiace,» disse Nicodemus a Horton, «di non essere stato presente quando ti sei svegliato. Ero uscito per una rapida ricognizione. Avevo pensato di avere tutto il tempo di tornare da te. A quanto sembra, le droghe per la rianimazione e il reorientamento hanno agito molto più rapidamente di quanto immaginassi. Di solito occorre abbastanza tempo per riprendersi dall’ibernazione. Soprattutto da un’ibernazione di durata tanto lunga. Come ti senti, adesso?»
