Helen lo avrebbe aspettato, ne era sicuro. Forse Mary e Tom se ne sarebbero andati, ma Helen lo avrebbe atteso.

Intimorito, si precipitò all’armadietto con il suo nome. Dovette tirare con forza la maniglia, dopo averla abbassata, per aprire lo sportello. Il vuoto, all’interno, oppose resistenza, e quando cedette, lo sportello si aprì con uno schiocco. Gli abiti erano appesi agli attaccapanni e le scarpe erano disposte in una fila ordinata. Afferrò un paio di calzoni e li indossò, infilò a forza i piedi in un paio di stivali. Quando aprì la porta della camera d’ibernazione, vide che la saletta era vuota e che il portello principale della nave era aperto. Horton corse là.

La rampa scendeva su una pianura erbosa che si estendeva verso sinistra, a destra si levavano colline tormentate, e più oltre una catena di monti poderosi, inazzurrati dalla distanza, che salivano verso il cielo. La pianura era deserta: c’era soltanto l’erba, che ondeggiava come un oceano investito da raffiche di vento. Le colline erano coperte d’alberi, dal fogliame nero e rosso. L’aria aveva un odore fresco e pungente. Non c’era nessuno in vista.

Scese la rampa fino a metà, e continuò a non vedere nessuno. Il pianeta era vuoto, e quel vuoto sembrava cercare di afferrarlo. Fece per gridare, per chiedere se c’era qualcuno, ma la paura e il vuoto inaridirono le parole, e Horton non riuscì a pronunciarle. Rabbrividì, rendendosi conto che era successo qualcosa d’imprevisto. Non era così che doveva essere.

Si girò, risalì in fretta la rampa, superò la camera stagna.

«Nave!» gridò. «Nave, cosa diavolo succede?»

Nave rispose, calma, imperturbata, nella sua mente: Qual è il problema, Carter Horton?



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