Arinnian distolse lo sguardo dall’apparecchio. Per un attimo trasalì e si morse le labbra. Odiava fare del male a chi si preoccupava per lui. Ma perché non capivano? La loro razza definiva «diventare uccello» l’essere accolto in un gruppo, come se in qualche modo quelli che lo facevano ripudiassero la razza che li aveva generati. Aveva perso il conto delle ore sprecate cercando di far capire ai suoi genitori — e a tanti altri ortoumani — che in questo modo egli ampliava e purificava la sua umanità.

Gli tornò in mente un frammento di dialogo: «Papà, stammi a sentire; due specie non possono abitare per generazioni sullo stesso pianeta senza influenzarsi reciprocamente e in modo profondo. Perché tu vai a caccia nel cielo? Perché Ferune serve del vino alla sua tavola? E questi sono solo i sintomi più superficiali».

«Lo so bene. Fammi credito di una certa apertura mentale, eh? Il fatto è che tu stai facendo un salto smisurato».

«Perché sto per diventare un membro dello Stormgate? Senti, sono cento anni che i gruppi accettano umani».

«Ma non in quantità così massicce come negli ultimi tempi. E poi non c’era mio figlio, fra loro. Mi sarebbe… piaciuto vederti perpetuare le nostre tradizioni».

«Chi dice che non lo farò?».

«Tanto per cominciare, non sarai più sotto la legge umana, ma sotto la legge e le usanze del gruppo… Aspetta. È bello, se sei un Ythrano. Chris, non hai i cromosomi. Coloro che pretendevano di averli, non sono mai riusciti ad adattarsi a un’altra razza, mai».

«Dannazione, io non pretendo…».

Arinnian scacciò l’immagine di sé come se fosse una cosa materiale. Fu contento delle prosaiche necessità dei preparativi. Per raggiungere il nido di Lythran prima del buio doveva partire subito. Naturalmente un’aeromobile avrebbe coperto la distanza in meno di un’ora, ma chi voleva viaggiare ingabbiato fra metallo e plastica?



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