
Me lo infilai nella veste, sul petto. Ed è stato, poi, come se lui avesse pensato, e toccato qualcosa sul fianco, e subito tutt’intorno a noi è sorto un bel padiglione con morbidi cuscini e un’amabilissima fontana.
«Siediti», mi ha detto il Potere. «Ho imparato che voi amate questo genere di cose da un uomo del quale un tempo sono stato amico. Era stato ferito e spogliato dai ladroni, cosicché non aveva addosso nessun frammento del metallo maledetto, ed io ho potuto aiutarlo. Da lui ho imparato a parlare la lingua che gli uomini usano oggigiorno. Ma alla fine anche lui mi credette uno spirito maligno e prese a odiarmi».
Le mani mi tremavano ancora, per l’agitazione seguita alla scomparsa d’un così grande tesoro. Era stato un tesoro d’una tale abbondanza che nessun Re aveva mai posseduto, Johannus! Agognavo di riavere quel tesoro fin dal profondo della mia anima! Le monete d’oro, da sole, avrebbero riempito come un uovo la tua soffitta, ma il pavimento sarebbe crollato sotto il loro peso; e i gioielli avrebbero riempito non so quanti barili. Ah, Johannus: quale tesoro!
«Ciò che ti farò scrivere», ricominciò il Potere, «dapprima significherà poco, per te. Dapprima io ti darò fatti e teorie, poiché sono le cose più facili da ricordare. Poi ti darò l’applicazione delle teorie. E voi uomini avrete così la possibilità di dar inizio a quella civiltà che può esistere in vicinanza del metallo maledetto».
«Grande Potestà!» ho implorato con voce umilmente spregevole. «Mi darai un altro sigillo per il tesoro?»
«Scrivi!» mi ha ingiunto.
Ho scritto. E, Johannus, non so dirti neppure io cos’è che ho scritto. Ha detto parole che erano in un cifrario così oscuro che anche adesso, mentre le studio, non hanno alcun significato.
