Quando attraccarono all’imbarcadero di Carthage City, Hooch era praticamente l’uomo più felice della terra. Liberi di non crederci, ma il sergente addirittura lo salutò! Una bella differenza da come si erano comportati quei funzionari del governo degli Stati Uniti, lassù a Suskwahenny, che lo avevano trattato come sporcizia appena raschiata da una tazza del cesso. Quaggiù, in questi nuovi territori, gli spiriti liberi come Hooch venivano quasi sempre trattati come gentiluomini, e questo a Hooch andava benissimo. Che quei pionieri con quelle mogli rozze e brutte e quei marmocchietti tutti pelle e ossa andassero pure a tagliare alberi, dissodare la terra, coltivare il granturco e allevare maiali. Hooch era di un’altra pasta. Sarebbe arrivato dopo, quando i campi fossero stati verdi e rigogliosi e le case fossero sorte in file ordinate lungo le strade disposte ad angolo retto, e allora avrebbe tirato fuori i soldi e si sarebbe comprato la casa più grande della città, e il direttore della banca, vedendolo arrivare sul marciapiede, sarebbe sceso nel fango della strada per farlo passare, e il sindaco l’avrebbe chiamato «eccellenza»… posto che a quel punto non avesse deciso di diventare sindaco lui stesso.

Questo era il futuro che Hooch scorse davanti a sé quando, mettendo piede sulla riva, ricevette il saluto del sergente.

«Scarichiamo qui, signor Hooch?» chiese il sergente.

«Ho una polizza di carico» disse Hooch. «Sicché voi ragazzi vedete di non fare scherzi. Ho una mezza idea che però ci sia un barilotto di buon whisky di segale che per qualche motivo non dev’essere stato contato. Scommetto che se sparisse nessuno se ne accorgerebbe.»

«Ci staremo molto attenti, signore» disse il sergente, ma con un sorriso così largo da mostrare i molari, e Hooch capì che il sergente avrebbe trovato il modo di tenere per sé una buona metà di quel barilotto supplementare.



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