«Natura della malattia sconosciuta,» urla Muller contro la violenza improvvisa della neve. «Forse impetigine o scompenso ghiandolare.»

Gli restituisco una sorriso fiacco e dico: «Se c’è un pacco da parte di mia madre, ti regalo metà di quello che c’è dentro.»

«Anche se ci fossero i guanti?»

«No, i guanti no,» rispondo, e vado a cercare il dottore.

Al posto di medicazione mi dicono che è andato a visitare Schwarzschild e mi indirizzano verso il quartier generale del corpo d’artiglieria. Non è tanto lontano, ma nevica e le mie mani sono già ghiacciate. Vado dal furiere e gli chiedo se è arrivata posta.

C’è una nuova recluta, che tenta di aggiustare la motocicletta di Eisner. Tutti i pezzi sono in terra, sparsi in cerchio intorno a lui. Indica un sacco di tela e dice: «È tutta la posta che c’è. Sfogliatela da solo.»

Della neve è entrata nel sacco e si è sciolta. L’inchiostro sulle buste si è stinto; le osservo da vicino, cercando di leggerne i nomi. Mi cominciano a far male gli occhi. Non c’è un pacco di mia madre o una lettera del mio professore, ma c’è una lettera per il luogotenente Schwarzschild. Il mittente è un “dottore.” Forse ha scritto lui stesso a un dottore.

«Porto un messaggio al quartier generale dell’artiglieria,» dico, mostrando la lettera alla recluta. «Consegno anche questa.» La recluta annuisce e continua a lavorare.

Nel frattempo si è fatto scuro, e nevica più fitto. Affondo le mani nelle tasche congelate della giacca e mi dirigo verso il quartier generale dell’artiglieria uscendo dalla parte posteriore. È buio pesto nelle trincee di comunicazione e il vento fa roteare la neve incanalandola ululante dentro di esse. Mi tolgo la sciarpa e me l’avvolgo attorno alle mani come un manicotto da donna.



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