
Una striscia di rosso si muove inquieta all’orizzonte, ma non so se sia il fronte o le luci settentrionali di Muller, e non ci sono esplosioni che mi possano guidare. Siamo a corto di proiettili, per cui di solito non apriamo il fuoco prima delle nove. I russi cominciano ancora più tardi. A volte sento il suono delle mitragliatrici che fanno fuoco, ma viene distorto dalla neve e dal vento, e non potrei dire da che parte proviene.
Per quello che mi ricordo, la trincea di comunicazione sembra più stretta e profonda di quando io e Hans portammo su la trasmittente per la prima volta. Ci impiego molto più del previsto per giungere alla ramificazione che mi condurrà a nord verso il quartier generale. Il fronte si è andato ritirando, i depositi di munizioni, gli alloggi e gli ospedali di smistamento si sono avvicinati sempre più dietro a noi. Il quartier generale dell’artiglieria è stato spostato dal villaggio in superficie a un rifugio sotterraneo vicino alla linea dell’artiglieria, nemmeno un chilometro alle nostre spalle. Sta per cominciare il fuoco notturno. Sento un brontolio basso, come un tuono.
Sembra che il ruggito sia davanti a me, mi fermo e mi guardo intorno, chiedendomi se per caso non mi sia girato su me stesso, benché non abbia abbandonato le trincee. Riparto di nuovo, e quasi subito vedo la ramificazione e il quartier generale.
Non c’è porta, solo una coperta che chiude l’entrata, tolgo le mani dal manicotto e mi piego per infilarmi dentro a un buco piccolo come una tana di lepre, con il soffitto di terra sorretto da travi così basse che devo stare sempre curvo. Ora che sono uscito dal ruggito della neve, il suono del fronte si scinde nello scoppio singolo di un pezzo da quattro, il lamento di una granata illuminante, e al di sotto il crepitio quasi ininterrotto delle mitragliatrici. Le trincee devono essere meno profonde qui. Io e Muller non riusciamo quasi a sentire il fronte dalla baracca della trasmittente.
