«Allora me lo sfrego sulle mani. Me le scalderà,» dico, pensando a Eisner congelato al fronte, forse con ancora il filo spinato fra le mani.

Mi tira giù la palpebra inferiore e ci sfrega sopra la pomata con il mignolo. Non brucia, ma dopo aver aperto e richiuso l’occhio tutto si colora di una tinta rossastra. «Ce la fate ad aggiustare la trasmittente per domani?» chiede.

«Non so. Forse.»

Muller non ha messo giù la lampada. Alla sua luce, vedo che si è completamente dimenticato dell’unità per la posa del filo spinato e del magnete russo, e si sta chiedendo invece cosa voglia farci il dottore con la trasmittente.

Il dottore si rimette i mezzi guanti e prende la borsa. Mi rendo conto troppo tardi che avrei dovuto proporgli di spedire il messaggio in cambio dei suoi guanti. «Verrò a controllarti gli occhi domani,» dice, e apre la porta facendo entrare la neve. Il suono del fronte è vicino.

Appena se ne è andato, riferisco a Muller di Schwarzschild e del messaggio che il dottore vuole spedire. Non mi lascerà in pace finché non gliel’avrò detto, e non c’è tempo da perdere per la sua curiosità. Dobbiamo aggiustare la trasmittente.


«Se lei era alla trasmittente, avrà dovuto mandare qualche messaggio a Schwarzschild,» disse Travers ansioso. «Ha mai inviato messaggi a Einstein? Hanno la lettera che Einstein gli scrisse dopo che lui ebbe esposto la teoria, ma se Schwarzschild gli avesse inviato qualche messaggio, sarebbe grandioso. Mi risolverebbe il lavoro.»

«Lei ha detto che nessun messaggio può uscire da un buco nero?» dissi. «Ma può farlo da una stella che collassa. Non è così?»

«Va bene,» disse Travers spazientito, e curvò di nuovo le dita a semicerchio.



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